FATTORIA VILLA LIGI

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Fattoria Villa Ligi Nella nostra zona siamo rimasti in pochi viticoltori e di questi siamo solo tre o quattro a vinificare la Vernaccia Rossa di Pergola. Devo dire comunque che non è stato sempre così: fino ad una quarantina di anni fa qui c’era un’importante tradizione vitivinicola che ha visto picchi produttivi anche di trentamila ettolitri di vino, non pochi per un territorio piccolo come questo. Un vino che, per la maggior parte, veniva venduto sfuso o in damigiane alle numerose osterie di Pergola, Cagli, Cantiano, Acqualagna e a quelle delle piccole frazioni limitrofe, frequentate per lo più dai numerosi operai occupati in una vicina miniera di zolfo che è rimasta operativa fino alla metà degli anni ‘70. Anche la nostra famiglia ha una tradizione vitivinicola che è da far risalire almeno a tre generazioni addietro, quando, nel 1912, nonno Antonio iniziò a vinificare da filari di viti che aveva impiantato in località Valrea, in mezzo ai campi di grano e granturco, come usava allora. Tradizione che fu poi seguita e ampliata da mio padre Cesare e da suo fratello, mio zio Marino, che divennero, oltre che dei buoni produttori, anche ottimi commercianti di vino; tradizione che vede oggi l’impegno del sottoscritto, come vignaiolo e di mio figlio Stefano come enologo, su questo stesso territorio che ha rischiato seriamente di veder scomparire il patrimonio genetico viticolo qui esistente dopo la chiusura della miniera e il conseguente crollo del mercato locale del vino. È intorno alla metà degli anni ‘70 che, storicamente, si può collocare l’inizio del rapido declino che ha colpito la viticoltura di questa zona, come, del resto, anche quella di tante altre parti d’Italia. Fu proprio in quegli anni che si concatenarono diversi elementi fra loro che provocarono una graduale dismissione del sistema produttivo vitivinicolo nell’area; fattori che non sono da ricercare solo nella crisi del settore minerario, ma anche nella crescente industrializzazione delle zone limitrofe a Pergola e di numerosi paesi europei che richiamarono molta manodopera con conseguente spopolamento delle campagne. Vi fu anche un altro problema che colpì la viticoltura nel suo insieme e fu quello meno visibile, forse quello più nascosto, che riguardò l’aspetto culturale con il quale l’intero comparto vitivinicolo dovette affrontare i grandi mutamenti in corso provocati dalla nascente globalizzazione. Fu in quegli anni, infatti, che incominciarono a comparire quelle complesse normative atte a ristrutturare l’intero comparto viticolo nazionale e quella crescente burocrazia, abbinata alla nascita delle cooperative e al finanziamento destinato all’impianto o all’espianto dei vigneti, provocò non pochi problemi ai vecchi contadini. Negli stessi anni prendevano consistenza, con sempre maggiori aspettative, le DOC che regolamentavano la produzione e delineavano le aree produttive con relativo impianto di vitigni specializzati che dovevano essere riconosciuti e autorizzati nel rispetto delle normative e delle quote comunitarie. Una grande confusione per chi era abituato solo a muoversi per la campagna e non a girare fra enti e uffici. Vi era comunque, almeno in questa zona, una vecchia e arcaica mentalità contadina che, fino alla fine degli anni ‘80, non era molto distante dal concetto descritto dalla Lex Agraria degli antichi codici Romani, che affidava al contadino la proprietà della terra secondo tre confini: quello imposto dagli altri uomini, delimitato e visibile, e quelli che erano stati assegnati dalla divina provvidenza, uno sopra la sua testa, che correva fino al cielo, e l’altro sotto i suoi piedi, che scendeva fino al centro della terra. Con questa idea arcaica è facile capire quanti non comprendessero la necessità di richiedere delle autorizzazioni per arrivare a commercializzare il vino che producevano da sempre sulla propria terra. Fu così che molti di loro si opposero concettualmente a quel processo che imponeva di dover sottostare a regole che non condividevano e abbandonarono le vigne. Mia madre Emma invece, dopo la scomparsa di mio padre, avvenuta nel 1976, continuò a mandare avanti imperterrita l’attività vitivinicola, nello spirito, tuttavia, del semplice mantenimento del preesistente, nella speranza che, prima o poi, io mi sarei deciso a prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia. Mi ci vollero quasi dieci anni per arrivare a una simile decisione, ma, nel 1985, annus mirabilis, decisi di abbandonare al più presto il mio lavoro di insegnante per dedicarmi completamente al vino. Anch’io, come tanti, avevo sentito il richiamo dell’impiego statale, quello che consente di far di conto e, al 27 di ogni mese, avere la certezza di uno stipendio, piccolo ma sicuro. Sinceramente devo dire che non avevo mai tralasciato l’idea di ritornare in mezzo a quelle vigne che mi avevano visto adolescente e di questo ne è testimonianza prima di tutto il fatto di aver scelto di frequentare l’istituto Tecnico Agrario di Pesaro, e poi la facoltà di Agraria a Bologna, ma anche di aver partecipato, nel 1972, al primo corso di sommelier che si fosse mai tenuto nelle Marche, che mi permise di comprendere i molti aspetti qualitativi ed estetici che si racchiudono in un vino. Ricordo che con me a quel corso AIS c’erano molti amici, tra i quali Lucio Pompili oggi titolare del famoso ristorante Symposium, che, molto più tardi, ringraziai pubblicamente per l’aiuto e il sostegno che mi dimostrò all’inizio della mia attività di produzione vitivinicola di qualità. Oggi sono contentissimo della decisione che presi in quell’annus mirabilis, così come sono contento di essermi legato al mio territorio e di essermi distanziato, fin dalle prime vendemmie, dal vino prodotto dai miei predecessori, ricercando un po’ ovunque, come un novello Indiana Jones, quelle rare e vecchie viti di Vernaccia Rossa di cui raccoglievo i tralci che catalogavo e delle quali curavo la riproduzione da appositi vivaisti. Ricordo che trovai uno di questi rari e vecchi vitigni nel chiostro della Chiesa di San Francesco in Pergola, altri in località Pantana e in una vecchia vigna denominata Orfei, in località Grifoleto, che apparteneva ad un signore, Giovanni Orfei, scomparso nel 1998, il quale, sentito il mio innegabile amore per la viticoltura, me la affidò con una scrittura privata. Sono passati ormai vent’anni e ammetto che non è stato facile in questo tempo costruire una buona visibilità intorno a questo vitigno. Certo non gioca a mio favore il fatto che questa sia una piccolissima DOC, che ho contribuito sostanzialmente a far nascere, la quale comprende a malapena 45 Ha di vigneti, come non gioca a mio favore il fatto che non siamo in molti produttori ad essere iscritti all’albo della stessa, e questo talvolta mi intristisce, perché vorrei più competitività e un maggior confronto sui programmi e sul futuro di questo territorio viticolo. Comunque sono felice di aver seguito il mio istinto e la mia passione e di ritrovarmi qui oggi a fare il vignaiolo, come sono contento di avere accanto mio figlio Stefano che, dopo essersi laureato in Scienze e Tecnologie Alimentari con indirizzo enologico, e dopo aver fatto un’esperienza in alcune aziende vitivinicole australiane, si è messo al mio fianco con la solita passione che avevo io tanti anni fa, con il desiderio di costruire un percorso nuovo per questa azienda. Con l’orgoglio che solo un padre può avere per il figlio che segue le proprie orme, lo osservo e, compiaciuto, mi diverto a confrontarmi con lui, tralasciando il fatto che mi sta facendo spendere un sacco di soldi per modernizzare l’azienda e la cantina: tanto ho capito che dovrò lavorare almeno fino a 85 anni e di questo non mi lamento, poiché si dice che avere da pagare allunghi la vita!


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VERNACULUM Pergola
Q.tà disponibile 53
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Si ottiene dalle uve di un clone di aleatico presente nel territorio dal lontano 1234, anno di fondazione della città di Pergola. Il vino si presenta di un colore rosso rubino su fondo porpora, i profumi sono molto intensi con sentori di ciliegia.
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